(da ABB2006 Architectural Biennial Beijing, Architecture Jurnalism, Pechino 2006)

di Maurizio Vitta  

  C’è una dimensione intrinsecamente politica nel lavoro di Pier Paolo Maggiora: non tanto come principio architettonico, quanto come sostrato ideologico, consapevolezza di un ruolo, accettazione di un destino.

La politica intesa come organizzazione di istanze collettive, funzioni sociali, dinamiche di gruppi e categorie, precede e alimenta, nella sua visione, l’architettura intesa come strutturazione di spazi, modellazione di volumi, disegno di ambienti. L’armonizzazione delle formazioni sociali si impone come origine e ragione di quella delle forme architettoniche. Lo spirito dell’utopia progressiva si incarna in una pratica progettuale che l’àncora a programmi definiti, sequenze calcolate, sottraendola così alla sua tradizionale vaghezza di sogno ad occhi aperti. Il progetto politico e quello architettonico non sono che due distinte fasi di un unico disegno. 

   Non c’è traccia, in questo atteggiamento, del vecchio ordine gerarchico che subordinava il fare progettuale agli schematismi di un’ideologia in sé conclusa. L’architettura è, per Maggiora, ricerca delle risposte più congrue alle domande di una società in divenire, impegnata nel difficile compito di ritrovare una fisionomia coerente: non si tratta quindi di organizzare la soddisfazione di esigenze preliminarmente individuate da rigidi princìpi ideologici, ma al contrario di dar forma razionale ai frammentati problemi emergenti da un corpo sociale disarticolato e smarrito, tentando di volta in volta di individuare le funzioni più adatte a risolverli.  

   Non per nulla Maggiora ha elaborato fin dall’inizio della sua attività professionale la teoria del “territorio architettonico”, in seguito meglio precisata nel concetto di “dialogo in architettura”. Declinata in termini territoriali, l’architettura si ritrae di colpo dall’estenuato abbandono al formalismo che da qualche decennio la snerva e la isola nella propria specificità disciplinare, per ritrovare il nucleo della propria giustificazione culturale, vale a dire quei legami, esigenti e profondi, con l’esistenza collettiva quotidiana nei quali, che lo voglia o no, essa affonda comunque le sue radici. Inserito nella realtà del territorio, con la sua pluralità di segnali, le concitate forme di comunicazione, la possibilità di traguardare orizzonti imprevedibili, l’artefatto architettonico si vede costretto a una spietata autocritica, destinata però a esaltarlo, più che a mortificarlo. Esso diviene infatti in tal modo non semplice attore di una rappresentazione puramente visiva, ma protagonista di una complessa narrazione. Nell’idea di “territorio” si condensano la divaricanti e contraddittorie energie di un tempo come il nostro, conteso da spinte irriflesse, regressioni e accelerazioni vertiginose; ma soprattutto prende corpo quella immagine di “contesto urbano” nel quale ormai non si identificano più i semplici confini amministrativi della vecchia “città”, ma si sviluppano le guizzanti propaggini di un’estensione metropolitana di natura sociale e culturale, se non addirittura antropologica. 

   Che l’idea del “territorio” si sia in seguito sviluppata, nella riflessione di Maggiora, in quella del “dialogo” non è che una conseguenza dell’impianto teorico di partenza. Dialogare, infatti, è annodare, confrontare, scegliere, mediare – ovvero individuare nel “disordine” della realtà territoriale il disegno di un ordine possibile, la cifra di una ragione che non si pretende assoluta, ma può valersi di motivazioni il più possibile stabili e condivise. Una ragione neoilluminista, se si vuole, per nulla insensibile alle implicazioni estetiche dei problemi, al loro pathos collettivo, alle derive irrazionali e a modo loro illuminanti, eppure ogni volta equilibrata dalla pazienza della misura, dalla certezza del calcolo, da una logica, sofferta quanto si vuole, ma infine obiettiva e affidabile. 

   Il termine di confronto resta, naturalmente, l’architettura, chiamata direttamente in causa in entrambe le formulazioni teoriche. L’architettura è prassi, oltre che teoria; è realizzazione, più che enunciazione; è oggetto, prima che immagine. Essa serve perciò a mettere alla prova le cristalline geometrie del pensiero, soppesandole nelle dure verità della costruzione, della dinamica spaziale, della funzionalità dell’impianto. Di questa concretezza si è fatto carico, sul piano professionale, lo stesso Maggiora, che alla fine degli anni Sessanta ha dato vita all’ “Archa”, lo studio al quale, nel complesso delle sue attività, è demandato il compito di sviluppare i progetti, dotarli dei loro complessi apparati tecnici, seguirne e controllarne la realizzazione fino al compimento dell’opera. Così l’architettura sviluppa in pieno le potenzialità che le sono connaturate, senza imporre il suo protagonismo, ma nella piena consapevolezza del proprio ruolo; e da questo assetto sono nati i grandi progetti e le grandi opere firmate dallo studio. 

   I lavori nei quali si condensa attualmente la gran parte dell’energia concettuale e professionale di Pier Paolo Maggiora e dell’ArchA sono diverse e di differente scala. S’intende che quelle su cui maggiormente si esercita il peso di una più articolata riflessione teorica riguardano gli interventi di grande respiro territoriale, dove le dimensioni spaziali sono riflesso di un ampio coinvolgimento sociale.  

   La polifonia diviene esplicita nell’articolato progetto di Citylife, il grande quartiere pensato per il recupero delle aree liberate dal trasferimento dell’antica Fiera milanese. Qui la città non è solo uno spazio che ospita l’architettura in nome di una definita funzione: al contrario, essa si propone come principio ordinatore e finalità conclusiva dell’intero processo progettuale. Più che un quartiere, c’è qui da progettare un modello di sviluppo, verificare un’ipotesi storica, attivare un fitto reticolo di innesti culturali. L’obsoleta disciplina urbanistica riaffiora nei paradigmi di una cultura architettonica alle prese con sollecitazioni divergenti: la città infinita, la globalizzazione, l’intensa urbanizzazione del territorio. La risposta di Citylife è un piano di crescita e di supporto alle tendenze in atto, nel quale l’utopia novecentesca, depurata dai suoi tratti velleitari e astrattamente ideologici, possa coniugarsi con un vigile pragmatismo. Il concetto di iperluogo, neologismo derivato dall’attuale discussione sul valore della permanenza e del radicamento, rende l’idea di un sistema urbano e abitativo al cui centro si pone l’intrico vivace ed esaltante delle relazioni sociali, ovvero un’idea di convivenza – urbana, per l’appunto – in grado di garantire i diritti individuali all’interno di flessibili schemi collettivi. Di qui l’insistenza non tanto sugli aspetti più inclini allo spettacolo architettonico – le torri di Zaha Hadid, di Arata Isozaki, di Daniel Libeskind, che pure si offrono come artefatti intensamente simbolici – quanto sul proliferare di offerte progettuali a una pratica sociale rinnovata e potenziata, accuratamente studiate da Maggiora e daArcha. Il Palazzo delle scintille, recupero del Padiglione 3 dell’antica Fiera, adibito a spazio dedicato ai bambini, ai ragazzi, agli anziani; il Design Center, nel quale la memoria storica della tipica progettualità milanese si rovescia nel fervore della sua attualità in vivace divenire; il Centro del Retail, aperto a una socialità che risponde a domande pressanti, ma offre altresì possibilità nel presente neppure concepite; la disseminazione di spazi abitativi con il raggrupparsi di varie zone residenziali; il rigoglio del verde pubblico, che riporta al centro della vita all’aperto la presenza dell’acqua, tipica nell’antica città dei Navigli: ecco gli spazi architettonici che Citylife offre alla dinamica dei luoghi urbani.  

   Certo, nei progetti di Pier Paolo Maggiora e di Archa l’architettura non scende a compromessi. La Milano qui concepita è erede diretta di una tradizione che non ammette decrepitezze: la culla del Futurismo e, più oltre, della modernità, sulla quale Massimo Bontempelli fondò il concetto stesso di Novecento, ha sempre visto nel rinnovamento la conferma della propria fisionomia storica. Ciò si esprime, in queste architetture pronte a piegare la sfida tecnologica a una riflessione formale, in corpi e volumi discontinui, in prospettive frammentate, in una tensione che trattiene la spinta alla spettacolarità, ma non ne disdegna i risvolti più drammatici. C’è molta sapienza in tanta oculata modellazione della forma contemporanea. La lezione del moderno è lontana, ma tutt’altro che spenta; la tentazione di portare alle estreme conseguenze l’entusiasmo delle ultime tendenze è mitigata dall’imperativo del dialogo tra i singoli artefatti. Le ragioni dell’architettura come servizio collettivo finiscono comunque col prevalere. 

   Nell’eloquenza delle sue architetture realizzate, la realizzazione dei grandi complessi sportivi creati a Torino in occasione delle Olimpiadi invernali del 2006 fornisce una griglia di lettura privilegiata. Il grande corpo asciutto e severo del Palahockey, progettato da Arata Isozaki e Pier Paolo Maggiora, si è così proposto come chiave di volta di un sistema iconico e funzionale che, si è radicato nella storia del luogo, per proiettarsi subito dopo in una contemporaneità già tesa verso il futuro con il nuovissimo Palazzo del nuoto, cui la grande Piazza del Giochi olimpici, conclusa dalla Torre Maratona, fornisce una prospettiva di pregnante valore urbano. L’architettura, incardinata in un disegno di respiro metropolitano e soprattutto pensata in vista degli sviluppi successivi all’immediato evento olimpico, elabora linguaggi condivisi, infittisce i segnali di dialogo tra i singoli artefatti, punta a una coralità che non esclude le dissonanze, ma ne cerca la mediazione nel brusio della fruizione collettiva.  

   Lo spirito di servizio dell’architettura emerge pienamente nel Turin Health Park, ovvero il Parco Torinese della Salute, ideato da Pier Paolo Maggiora e tuttora in fase propositiva. Il THP si propone, nelle parole dello stesso Maggiora, come “luogo in cui la ricerca, la sua applicazione, la cura, la produzione prototipale, la formazione, la commercializzazione e tutti gli altri servizi correlati all’intervento costituiscano una innovazione nel tessuto produttivo della città, la continuazione di un processo di rinnovo urbano che valorizzi ciò che è già stato fatto (il Lingotto) e utilizzi lo straordinario evento olimpico per propiziare una ulteriore trasformazione del profilo socioeconomico del territorio”. Si consideri l’articolazione di temi che emerge da questa enunciazione: l’architettura si pone al centro di un complesso e unitario disegno, nel quale le istanze sociali, culturali, tecniche ed economiche si intrecciano in una dinamica circolazione di proposizioni e di idee, dalle quali dovrà infine affiorare un progetto globale, capace di fare di un quartiere un modello di crescita urbana e della città un punto di convergenza di molteplici istanze territoriali. 

   Nella sua sostanza – per ora ideale o, per meglio dire, preprogettuale – il THP si pone dunque come momento esemplare dell’intera riflessione di Pier Paolo Maggiora. In esso convergono tutti i concetti messi a punto della definizione dell’idea di “territorio” e di “dialogo”: la contemplazione di una “storia” afferrabile solo nella misura in cui ci lasciamo coinvolgere in essa, la laboriosa messa a punto di un modello di convivenza reso possibile dalla ratio (sociale, prima che strutturale) dei suoi spazi e dei suoi artefatti, la concezione organicistica di una città proiettata oltre la polis, in un territorio non infinito, ma da fissare di volta in volta nella sua continua metamorfosi. L’architettura chiamata a dar corpo a queste figurazioni concettuali non si sottrae al suo compito di regolazione, di mediazione, di problem solving. Ma non rinuncia nemmeno alla sua creatività istituzionale: l’artefatto architettonico rimane pur sempre una presenza viva, percettiva, eloquente nel paesaggio urbano o naturale, nel quale il suo darsi come forma plasticamente definita ne fa un nucleo narrativo irrinunciabile. 

   Nelle opere che costellano l’intera attività professionale, l’architettura di Maggiora e di Archa si rapprende in configurazioni talvolta inquiete, giocate sul piano di un vivace iconismo in bilico tra i miracolosi equilibri del decostruzionismo e il richiamo ad assorte memorie pittoriche, come nel progetto della Torre di Brescia. Ma l’irrequieto rapporto con la più sofisticata tecnologia per un verso e, per un altro, con una matrice culturale di netta impronta umanistica, capace di trovare nella storia (compresa quella dell’arte) una costante ispirazione visiva, trova ogni volta il suo punto d’equilibrio, culminante nella tesa verticalità della torre di Minsk, artefatto ipertecnologico avvolto in una suadente architettura che ne stempera l’arcigna essenzialità lineare. Più oltre, la massa plastica e densa della sede della Sitaf a Susa, pensata sul filo di una millenaria vicenda di passi montani e baluardi difensivi, si rapprende con le sue masse pietrose e chiare in un paesaggio pacificato, nel quale il distendersi delle forme architettoniche in volumi digradanti e ampi archi aperti segna il punto di conciliazione tra la natura e la storia, il duro passato e la trepidante contemporaneità. 

   Lo ha detto chiaramente Pier Paolo Maggiora: “Quel che occorre è la ricostruzione attenta e sagace delle coordinate essenziali che distinguono il ‘luogo’ del progetto da tutti gli altri contesti possibili e lo riconnettono a una storia, a una cultura e a un ambiente”. L’architettura disconnette nel momento stesso in cui ricuce, fa proprio il passato per superarlo, trasforma di continuo la storia per renderla continuamente presente. Non è detto che ci riesca sempre. Anzi, forse non vi riesce mai del tutto. Ma nella inesauribile tensione verso quell’unico obiettivo sta tutto il senso del suo essere per il mondo. 

(questo testo è stato pubblicato nel 2007 in formato Microsoft Word sul sito sopramaresotto.com).